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Il vino di Valtellina raccontato da Ermanno Olmi

Il vino di Valtellina raccontato da Ermanno Olmi - Foto 1 Il vino di Valtellina raccontato da Ermanno Olmi - Foto 2 Il vino di Valtellina raccontato da Ermanno Olmi - Foto 3
 Uno dei più grandi registi italiani ci accompagna con un docuemntario di rara efficacia nel mondo della viticoltura valtellinese, le vigne terrazzate ancora oggi simbolo del lavoro di generazioni di uomini e donne

Quando si dice che la viticoltura in Valtellina è "eroica" sembra un’esagerazione, uno spot, un lancio pubblicitario per attirare l’attenzione... ormai siamo talmente abituati all’eccezionale che non ci stupisce più nulla.
Basta però volgere lo sguardo, magari percorrendo le strade di fondovalle, ai pendii del versante nord della Valtellina per notare un regolare e infinito ricamo di filari di vite e muretti a secco che accompagnano la vista, alternati a piccoli borghi, chiese e castelli, un dipinto che però va visto da vicino. La poesia si tramuta in sudore quando si arriva in un vigneto della Valtellina, si capisce il lavoro che sta dietro una bottiglia del nostro vino, secoli di impegno da parte di generazioni e generazioni di agricoltori che prima hanno strappato alla montagna lo spazio per costruire i muri terrazzati e poi hanno portato su la terra per riempirli e finalmente seminare le viti.
Ancora oggi il vino valtellinese nasce dalla fatica di un lavoro millenario fatto di passione e infinito amore per la Terra, per questo un grande maestro del cinema italiano come Ermanno Olmi ha accettato di raccontare questo mondo.

Volete immergervi nella racconto del maestro?
ecco il video visibile sul sito Youtube

Rupi del Vino Valtellina, vigne e vini.
Presentiamo un’anteprima del documentario di Ermanno Olmi girato sui terrazzamenti retici. 
Ecco la nota introduttiva.

Chi fra noi, cittadini comuni, ha ancora un rapporto diretto e partecipe col mondo del vino?
Credo, oramai, solamente quei pochi che il vino lo coltivano, ne curano i frutti e lo producono.
Per il cittadino comune, ossia il cittadino metropolitano, l’approccio al vino è con gli scaffali espositivi: la bottiglia da rigirare tra le mani, anche se dall’etichetta non si capisce molto.
Qualcuno, con ingenua curiosità, espone il vetro in controluce per vedere trasparenza e colore del contenuto. Chissà.
In passato, invece, non era così.
Il momento del vino, nella mia infanzia contadina, era vissuto con partecipazione diretta al rito che ogni anno puntualmente si ripeteva e perpetuava a cominciare, appena fuori dall’inverno, dalla preparazione della vigna con la cura dei tralci e della zolla. E poi in primavera, quando le mani del vignaiolo frugavano con dolcezza nel fitto del fogliame dove spuntavano i primi grappoli ancora minuti come neonati.
Prossimi all’autunno, ogni giorno si scrutava il cielo e si invocava l’aiuto divino perché la burrasca e la temutissima grandine non rovinasse il raccolto.
E finalmente la vendemmia.
Mani addestrate e agili coglievano grappoli ricchi di umori della terra e vigore del sole, dai chicchi turgidi di succo e di luce.
E mentre si colmavano cesti in contentezza, dai filari delle vigne salivano canti di festa quasi si compisse il rito di ringraziamento per un premio meritato.
La pigiatura era festa per tutti: augurio di abbondanza e rassicurazione di sopravvivenza.
Il vino è l’immancabile offerta all’ospite, un invito alla compagnia, alla pacifica convivenza.
Il vino è alimento e insieme sostanza di sacralità.

Ermanno Olmi


  
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